

Tutti i nomi, i cognomi, le strade, le paranormali costruzioni sintattiche, eccetera, potrebbero essere volutamente casuali, o casualmente veri...
Passato
Sulle braccia è ancora vivo il brivido. Ormai lo vedo correre su e giù, gomito-polso-gomito/ polso-gomito-polso, che già saranno due, tre ore buone. La pelle è un continuo intirizzarsi tutta su una sola linea longitudinale e i peli vi si dispongoni in fila, drizzati a lisca di pesce, come fossero la sottile, selvaggia criniera sul collo taurino di un cavallo arabo. Sale e scende a sinusoide.
Meglio che precisi.
Questo rindondante ripetersi del mio somatizzato stupore è indizio che oggi, in Università, ho assistito una lezione particolarmente elevante di Letterature comparate. A parlarci era una cattedra, provvista di un dispositivo meccanico vocale, un mezzo busto umanoide dall'aspetto profondo e argenteo ( quale che potrebbe avere un dipinto funerario di un quasiasi maniero con le mura di morbidi mattoni rossi a sud dell' Hempton Shire); il manichino - professore- poco si muoveva, o ruotava il busto, o piegava le giunture brachiali: gli bastava di muovere le labbra quel tanto e lentamente triturare le parole nel folto della barba, che, senza dover aggiungere alcuno sciocco trucchetto teatrale, aveva detto precisamente quello che voleva dire. (..i professori lo fanno di attirare l'attenzione abbassandosi ad interpretazioni ironiche e volgari del loro ruolo - mettono qualche parolaccia quà e là - fanno battutacce sulla politica, la Moratti....Berlusconi - sfottono la materia stessa che insegnano ( con malcelato e sbigottito ardore) - inneggiano allarmismi socio culturali: cose cosi). Questa antica e rispettosa macchina a vapore era posta in aula, al verticie della struttura a ventaglio sulla quale vanno dispiegandosi tre sequenze di banchi; la disposizione in profondità delle singole file è un crescendo di altezza, siccome accade per una gradinata di stadio. Seduti a media profondità, nell' emisfero destro, io e pochi altri, o tanti altri, abbiamo ascoltato il manichino elencare le tante coincidenze storiche e altrettante letterarie che si addensano alla figura chiave dello scrittore Elio Vittorini, un appassionato protagonista del nostro ventesimo secolo culturale. Riassumere il contenuto della lezione sarebbe un tentativo ben riuscito di annoiare il lettore della rete, individuo cui ben altro bisogna proporre che lumacosi approfondimenti. Lui, Egli ed Esso vogliono informazioni variopinte, pungenti, chiare ed accelerate. Mi sbrigherò pertanto di farvi conoscere il motivo di tanto iperbolismo ormonale. Nel far della lezione, c'è stato un momento - di tra i nostri animi assopivano e i nostri fogli facevano apenea ne l' inchiostro dei segni, numeri o nomi fuggevolmente evocati dal tempo andando collassare nella trascendente logica della storia- in cui la voce narrante, senza interrompere il suo monocorde andamento, disse qualcosa, un qualcosa che non si contentò di rimanere un comune segno grafico tra le righe del mio quaderno, ma divampò fuori dal foglio come una ventata di ghiaccio sepolcrare, e m' investì. Fui come raggelato sul volto; la mia mano cadde macabra verso il foglio come semplicemente affonda un piombo nel vuoto; e dov'era quella cosa che si dice anima o coscienza, lì sentii soffiare un gran silenzio di parcheggio senza ferro parcheggiato, terra bruciata di sola luce agostina, e non vi trovai alcuna di me risonanza...
Perdonatemi questo piccolo e velleitario frangente lirico, in cui mi sono arditamente strizzato le dita...(Volevo sottolineare il momento epifanico). In quel venne letto l' articolo d'un autorevole intellettuale, Leo Ferrero, comparso molti anni fa sulla rivista Solaria: con toni assai più lirici dei miei, e precisi ancora meglio, illustrò tutta quanta la ipocrisia della letteratura italiana. La cui dimora erano i caffè, dove assidui intellettuali fumavano e tranquillamente ne discutevano, facendo piccoli esperimenti stilistici con le penne - elzevire molto virtuose, graziose e lodevoli come piroette da ballerine. In alternativa, si consumavano libidinose bottiglie di liquori, stropicciandosi gl' intelletti in acutissime polemiche sulla critica d'un qualunque romanzetto. E mentre l'aria grigia di sigaretta, nel caffé, era densa che non volavano mosche ma vi nuotavano girini; fuori il mondo continuava a girare e c'era la guerra, e c'erano esplosioni, e c'era sangue agro come una pioggia di fontana orribile. Ferrero era quello che usava la carta come un velo rosso da torero: spronava questi tapini ad uscire fuori e fotografare, con le loro penne, il disatro; dire alle gente la verità, essere lo specchio della storia, diventare un vettore morale della nazione.
Insomma, l'impegno che la letteratura deve mantenere nei confronti della vita: questo fu il tema della lezione.
Mi sarebbe anche piaciuto dire la mia, ebbro della mia forza giovane, della mia assoluta necessità di intervenire in qualsiasi cosa. Bisognava alzare la mano...
( Poi, vabbé, non l'ho fatto).
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D'altro canto, cosa potevo dirgli?...Una cosa cosi:
' Alla luce degli ultimi cibi ingoiati in mattinata - e giù, in inciso, un gustoso elenco di pietanze, té col latte all'inglese, cappuccino tanta panna all'italiana, e paste calde, e marmellate suadenti-: ché piace sempre sentire descrivere il cibo-...devo desumere e proprio dire, e senza scampo dire, ciò che testé ho preannunciato: quindi....' ( silenzio in aula.... silenzio anche nella mia testa...- Guadagna tempo forza - grida una remota dignità). Mi schiarisco la voce. Il professore, educatamente, aspetta. Ehm, comincio. Mi parte dalla bocca un periodo come un colpo di tosse, sequenza destro e sinistro di verbi intransitivi e vedo che funziona, mi ascoltano ad occhi stretti, concentrati, 'ho qualcosa da dire'. Proseguo di montante, un altro montante, subordinata contro subordinata, una mitraglia di contrappunti che tolgono il fiato. Nessuno fiata, ma a bordo ring c'è un negro enorme che fa si con la testa. Prosegue il mio discorso, ormai lanciato irrefrenabile: è una creatura divenuta indipendente, che gira e si rigira in un girotondo metafisico di parole divenute niente: suoni e colori essenziali, con molti 'affinché e ciònonostante e perdipiù'. L'aula è un brivido di gente che ormai vorrebbe ridere, sussultano, li sento cedere; il professore è sempre identico, immutabile, istituzionario. E girare e girare, il mio discorso, una densa nausea s'ammorba nella mia gola, soggetto imploso e verbo astratto scorrono fuori facendo male alla trachea, è come un vomito terribile e trasparente; sto sudando sulla fronte come un frutto marcio sotto il sole agostino e mi prudono inspiegabilmente i piedi: è la fine. Sto camminando sul fonde nero di un buco nero. Ah! L'idea che manca.Vorrei gridare - Non so nulla sono un giovane povero idiota- Ma il prof, la sua barba, quella bocca, quella sadica bocca immobile: io aspetto, non ho fretta, si spieghi tranquillamente....
Fuggire allo scadere del tempo. Mai più mostrarmi. Vento. Essere come vento.
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...meno male che l'ho tenuta bene bene adesa al piano del banco, la mia brava incosciente mano.
...niente male, mi sento un po' grigio. Potrebbe anche andare meglio. Quindi ho cucinato castagne sul fuoco del camino. Frattanto due miliardi di utenti hanno scritto una poesia ciascuno. E' bastato spezzare
una
frase.
Facile. No?
Potrebbe andare meglio di cosi ?
(1861 - Unità d' Italia - 640.000 italofoni - ossia, l' unghia della popolazione)